Siamo qui oggi perché 81 anni fa l’Italia ha ritrovato il battito del proprio cuore libero, trasformando il silenzio dell’oppressione nel rumore vibrante della partecipazione. Celebriamo la radice profonda della nostra convivenza: quel momento in cui la nostra comunità nazionale ha smesso di essere spettatrice del proprio destino per diventarne l’unica, vera protagonista.
Ieri abbiamo ricordato con solennità l’insediamento del primo Consiglio comunale democraticamente eletto, un evento che otto decenni fa ha segnato il ritorno della sovranità popolare nelle nostre aule e nelle nostre piazze. Fu l’istante in cui l’Italia tornava finalmente a parlarsi e a decidere di se stessa dopo il buio e il terrore della guerra. Ricordando quell’evento fondativo, il nostro sguardo si è volto con profonda gratitudine a chi, per la prima volta, esercitava pienamente il diritto di cittadinanza: le donne. Mentre il mondo intorno era cenere e macerie, furono loro a compiere il miracolo più silenzioso: quello di ricostruire l’umano. Da quell’opera di custodia civile è sbocciata la nostra libertà; una conquista che non fu solo un atto di sopravvivenza, ma il primo grande gesto politico e civile della nostra era moderna. In questo cammino di rinascita, il nostro pensiero più commosso e solenne va a chi non ha potuto vedere l’alba della Liberazione: a chi è morto per la Patria.
Onoriamo oggi il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne che hanno offerto la vita affinché noi potessimo ereditare un Paese libero e dignitoso. Il loro non è stato un sacrificio vano, ma il seme stesso della nostra democrazia. Essere qui oggi significa assumersi il dovere morale di essere custodi della loro memoria e testimoni attivi dei valori per cui hanno combattuto. Eppure, i fatti internazionali che osserviamo in questi mesi, in questi giorni, in queste ore ci spingono a chiederci: è sufficiente limitarci alla memoria? Cosa abbiamo appreso, come umanità, da quella lezione? Inizialmente sembrava molto: la costruzione di solide istituzionali internazionali che rappresentassero camere di compensazione per i conflitti, il primato della diplomazia, la sfumatura dei confini, in particolare all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Ma progressivamente, questo percorso si è impantanato nei personalismi e nell’individualismo, nella primazia della rabbia sulla ragione, del livore sulla costruzione, nell’incapacità di comprendere che a volte fare un passo indietro significa farne due avanti e che l’attesa e la paziente costruzione di un risultato ne rende più solide le fondamenta.
Oggi lo spettro della guerra è di nuovo entrato prepotentemente nelle nostre vite e ci è entrato in maniera più subdola di quanto non lo abbia fatto il secolo scorso. Perchè è quest’era di contrazione dell’empatia, anche uccidere con un drone non è come andare con le baionette al fronte, e guardare negli occhi morire le persone. Su questo dobbiamo riflettere questo 25 Aprile, su una Costituzione che non solo ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, ma come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; ci si sofferma spesso sulla prima parte, strumento di offesa, e mi pare ovvio, ma l’art. 11 va oltre. “Come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e oltre ancora “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Dobbiamo chiederci, in questo 25 Aprile, con onestà intellettuale, cosa significhi davvero difendere la libertà. Essa non è un semplice spazio vuoto in cui muoversi senza regole, né il diritto di ignorare il destino comune. La libertà è, nel suo senso più alto, l’esercizio del dovere. Come intuito dai grandi pensatori della nostra civiltà, essa vive solo nella misura in cui siamo capaci di scegliere il bene comune rispetto all’interesse particolare, e questo vale su scala globale.
La storia non è un museo di cera da contemplare, ma un passaggio di testimone tra generazioni che si riconoscono negli stessi valori fondanti, magari attualizzati, ma non negoziabili nelle loro fondamenta. Ogni diritto che oggi esercitiamo con naturalezza il voto, la parola, la partecipazione, è un dono che è costato il silenzio di chi non c’è più. Questo ci insegna che la democrazia non è un sistema perfetto che funziona da solo, ma un equilibrio morale che richiede la manutenzione quotidiana del nostro carattere e della nostra integrità. Questo significa comprendere che le istituzioni, le leggi, il nostro stesso Comune, non sono altro che macchine inanimate se non vengono alimentate dal calore del nostro sentimento civico. Senza cittadini attivi, disposti a servire la comunità con rettitudine, le norme diventano gusci vuoti e la democrazia rischia di scivolare nell’indifferenza. La vera difesa della nostra libertà avviene nelle scelte di ogni giorno, nella capacità di restare fedeli a un’etica della responsabilità che mette il “noi” davanti all’ “io”. La manutenzione del nostro carattere civile è l’unica garanzia affinché quel patrimonio di diritti non sbiadisca, ma continui a essere sostanza viva nella nostra pelle e nelle nostre azioni. Qui risuonano le parole necessarie di Giorgio Gaber, quando ci ammoniva che “la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”. Gaber ci svela una verità scomoda ma vitale: la libertà non è una condizione statica, non è un giardino recintato dove esercitare il proprio arbitrio in solitudine. È, al contrario, un moto perpetuo, un’energia che si sprigiona solo quando usciamo dal nostro isolamento per “sporcarci le mani” con la realtà degli altri. Gaber ci insegna che non siamo liberi perché nessuno ci ostacola, ma siamo liberi quando decidiamo di esserci, di contare, di abitare i luoghi delle decisioni e del confronto. La libertà senza partecipazione è solo un guscio vuoto, una “libertà di plastica” che ci illude di essere padroni di noi stessi mentre diventiamo indifferenti a ciò che ci circonda. Essere liberi significa passare dall’essere individui che occupano uno spazio all’essere cittadini che costruiscono un destino condiviso. E quindi questa celebrazione sia l’occasione per parlare con forza a chi ha in mano il compito di continuare quella costruzione: i giovani.
Troppo spesso, con una superficialità che ferisce, sentiamo descrivere le nuove generazioni come smidollate, distratte o inadatte alle sfide del presente. Si dice che manchi loro la tempra di un tempo, che anni facili come quelli di cui sono figli i nostri padri generino persone deboli. Niente di più falso. È un pregiudizio pigro, figlio di chi ha smesso di sapervi ascoltare. La verità è che non siete affatto inadatti; siete, al contrario, gli unici davvero pronti a leggere un mondo che cambia a una velocità che spesso spaventa chi è venuto prima di voi. Ottantuno anni fa, l’Italia fu ricostruita da ragazzi e ragazze che avevano la vostra età, persone che non avevano Google maps ma possedevano una bussola interiore fatta di speranza. Oggi, io vedo in voi quella stessa tenacia. Vedo giovani che non accettano compromessi sulla dignità umana, che si battono per la giustizia e che sanno guardare oltre i confini. La vostra capacità di indignarvi di fronte all’ingiustizia e la vostra naturale propensione allo stare insieme sono esattamente le qualità di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. La libertà si misura sì dai confini che potete superare, ma anche dalle responsabilità che decidete di assumervi. Essere liberi significa avere la forza di dire “no” all’indifferenza e “sì” all’impegno verso la propria comunità.
E allora che questo 25 Aprile, per lo scenario mondiale che si sta componendo e per la salute stessa della nostra partecipazione sia un’occasione non di celebrare un rito stanco, ma per rinnovare insieme il coraggio di guardare avanti. A noi, che abitiamo questo tempo, spetta il compito di camminare con passo fermo, riscoprendo ogni giorno la strada attraverso l’impegno e la partecipazione. Facciamo in modo che la nostra passione sia il motore di un’Italia che non teme il futuro, perché quel futuro lo stiamo costruendo noi, insieme, con la coerenza delle nostre scelte. Per il coraggio di chi fu, per la responsabilità di chi è, per la promessa dell’Italia che siamo.
Buon 25 Aprile a tutti.

