Di Antonella Multari
“ASPETTANDO NON SO”, andato in scena il 3 maggio al Teatro San Leonardo di Viterbo, non si limita a essere visto, ma attraversa chi assiste, lo costringe a restare dentro una domanda, dentro una sospensione, dentro quella vertigine quotidiana che chiamiamo tempo.
Nato dal laboratorio teatrale tenuto da Piermaria Cecchini presso Casa Viterbo — spazio civico del quartiere San Faustino divenuto negli ultimi mesi luogo di incontro, partecipazione e costruzione collettiva — lo spettacolo rappresenta molto più di una semplice restituzione scenica: è il segno concreto che il teatro, quando nasce insieme, può diventare comunità.
Prima ancora che il sipario si aprisse, parole di stima e orgoglio sono state espresse dal sindaco Chiara Frontini e dal presidente della Provincia Alessandro Romoli, entrambi presenti nel riconoscere il valore culturale e umano di un progetto che potrebbe aprire una possibilità importante: quella di far nascere, proprio da questa esperienza laboratoriale di Casa Viterbo, un teatro stabile per la città. Non è un dettaglio secondario. È una promessa.
E la sensazione, entrando in un Teatro San Leonardo gremito, completamente sold out, era esattamente questa: non quella di assistere a una rappresentazione, ma di partecipare a una rimpatriata collettiva, a una festa di riconoscimento reciproco. Il teatro pullulava di voci, gesti, sorrisi, attese. Piermaria Cecchini si aggirava tra gli spettatori non come un regista in attesa del debutto, ma come un padrone di casa che aspetta i suoi ospiti.
Più che un teatro, sembrava un ritorno.
Lo spettacolo è stato definito dallo stesso Cecchini il “battesimo del fuoco e del cuore” per i 22 attori coinvolti: uomini e donne che, per tre mesi e mezzo, una volta a settimana, si sono incontrati per costruire insieme qualcosa che inizialmente doveva essere soltanto un laboratorio e che invece si è trasformato in necessità scenica.
Ed è proprio qui che “ASPETTANDO NON SO” trova la sua verità più forte: nel premiare la speranza e il tempo vissuto con pienezza.
Il sipario si apre con un balletto sulle note di Moliendo Café di Mina. I ventidue attori entrano in scena con abiti vivi, colorati, vibranti. Non interpretano semplicemente il tempo: lo incarnano. Diventano essi stessi lancette, corpi che si muovono sul ticchettio di un orologio invisibile ma perfettamente percepibile.
Poi la scena si svuota.
Resta una panchina, posta al centro. Sarà lei il vero spartitempo dello spettacolo: una lancetta silenziosa che tra una scena e l’altra verrà spostata, avanzata, riportata indietro, fatta ruotare con movimento circolare quasi a segnare un’ora perduta, un’ora recuperata, un’ora che forse non si è mai davvero lasciata afferrare.
È un’immagine teatrale semplice e potentissima.
Nella prima scena compare un personaggio che ricorda inevitabilmente il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, figura simbolica per eccellenza dell’ansia del tempo. Il Bianconiglio non corre semplicemente perché è in ritardo: corre perché il tempo lo insegue. È il personaggio che trasforma il tempo in urgenza, in affanno, in colpa.
E proprio in questo entra in relazione profonda con lo spettacolo.
Come il Bianconiglio, anche noi viviamo spesso il tempo come una mancanza, come qualcosa che ci sfugge continuamente. Non lo abitiamo: lo inseguiamo. Cecchini ribalta questa dinamica. Mostra che forse il problema non è il ritardo, ma l’incapacità di sostare.
L’attore gioca infatti sul significante dell’espressione “è passato”, che si apre in una doppia lettura: il tempo che passa e il verbo che indica un attraversamento, un superamento. È già tutta qui la filosofia dello spettacolo.
La panchina si sposta lentamente in avanti. E il “NON SO” comincia a farsi strada.
Entra così in scena l’Aspettatore — figura straordinaria, che ricorda per energia e ironia quasi un Rugantino contemporaneo — e che assolve al compito più difficile di tutti: aspettare insieme a chi aspetta.
È l’attesa nell’attesa… ma di un’attesa che conosce già come andrà a finire.
Ed è forse questa la più autentica definizione del tempo: non il movimento, ma la permanenza. Non ciò che cambia, ma ciò che resta mentre tutto sembra immobile e invece continua.
Da qui lo spettacolo si apre come una costellazione di scene, monologhi, dialoghi, piccoli frammenti di vita in cui si alternano tutte le sfaccettature del tempo e del modo in cui ciascuno lo attraversa, lo vive, lo spreca, lo trattiene.
Va in scena il tempo che si ripete. Il tempo dell’attesa che si mette in fila. Il tempo della replica dell’attesa che diventa allegoria stessa dell’esistenza. E poi il tempo dell’apparenza.
Piccoli discorsi tra sconosciuti in fila, litigi di coppia, scontri domestici in cui l’Io depresso e represso lascia emergere tutta la propria fragilità. Il tempo perso a litigare per cose inutili. Il tempo consumato nella sterile difesa di sé.
Temi profondi, offerti però sempre con un’ironia sottile, mai aggressiva, elegante e intelligente. Una leggerezza che non sfiora, ma affonda.
È qui che ritorna Gaber.
Come in Il tempo quanto tempo, anche qui il tempo non è semplice cronologia ma deformazione dell’identità: “fa un po’ male quella mia caricatura che il tempo mi prepara”. L’essere umano si osserva diventare altro da sé, consumato da una quotidianità che lo trasforma in caricatura.
E ancora, emerge il tempo del desiderio di successo, della visibilità, della costruzione di un sé sempre meno se stesso.
La visibilità che chiede altra visibilità. L’egocentrismo scandito da una litania di aggettivi, assonanze, parole che si rincorrono fino a svuotarsi. È il tempo della grandiosità artificiale, della superficie, dell’apparire.
E poi, improvvisamente, irrompe la banda. Arrivano i Cadetti di Guascogna.
Arriva Cyrano. E con lui entra in scena un’altra forma del tempo: quella eroica e tragica.
Nel Cyrano de Bergerac, il tempo è il luogo della perdita irreparabile. È il ritardo dell’amore, la confessione che arriva troppo tardi, la giovinezza che si trasforma già in nostalgia. I Cadetti di Guascogna cantano l’eroismo sapendo che ogni slancio contiene già la sua fine.
Essere cadetti significa essere già memoria. Ed è questo che accade anche qui: il tempo si adatta, cammina, sta al passo col tempo stesso, ma porta dentro la malinconia di ciò che sa di dover finire.
Come Gaber, anche Cyrano non combatte il tempo per vincerlo: lo attraversa mantenendo dignità.
Gaber la chiama coscienza. Cyrano la chiama panache. Forse sono la stessa cosa.
Poi ritorna il tempo poetico. A intervalli regolari, quasi come una respirazione necessaria, si aprono grandi domande: “Chi siamo mentre aspettiamo?” “E se il tempo fosse un regalo, chi lo scarta per primo?” Qui lo spettacolo tocca la sua dimensione più filosofica.
È il tempo del pensiero. Il tempo che serve al cuore per farsi voce, all’anima per farsi gesto. Capirsi. Pensare. Aspettare di capire.
Capire di non capire. Una battaglia degna del migliore spadaccino, forse persino più di Cyrano. È il tempo delle domande che a volte non sanno nemmeno cosa stanno chiedendo.
Da questo varco emerge una delle figure più intense dello spettacolo: il Raccoglitore del tempo perduto. Il suo monologo è forse il centro emotivo dell’intera costruzione.
Raccoglie il tempo malato, il tempo schiavo di una realtà che ingoia tutto, anche i sogni. E insegna una verità semplice e brutale: il vero tempo perso è soltanto quello “perso a non darsi”.
È una frase che resta. Perché riconsegna al tempo la sua natura più radicale: non durata, ma dono.
E così il ciclo si richiude.
L’ansia del Bianconiglio ritorna come all’inizio. Corre, si agita, si scontra con il tempo della calma e del destino.
Questo tempo veste i panni di un angelo che ritorna sulla terra — o forse non se n’è mai andato.
Un angelo che invita a cogliere il tempo che non si capisce, che assolve l’attesa e la ribattezza tempo dell’amore.
Come se amare significasse proprio questo… sfiorare con delicatezza il senso nascosto di ogni dove, di ogni quando, di ogni cosa, di ogni perché e persino di ogni perché no.
Anche il tempo speso a deprimersi ritorna in scena, scontrandosi con un cinismo che a tratti assomiglia all’ottimismo, in un dialogo serrato tra il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto.
Durante tutto lo spettacolo, la selezione musicale di Laura Antonini funziona come una perfetta sinestesia: non accompagna semplicemente, ma veste la scena come un abito cucito su misura, senza cuciture visibili.
E infine, sul finale, la panchina — questa lancetta su cui siede l’attesa — torna al punto di partenza.
Il cerchio si chiude.
La voce del regista arriva fuori scena, come accade nelle favole quando si sta per pronunciare l’ultima verità.
E ci lascia un messaggio che è insieme poetica teatrale e dichiarazione umana… il tempo del sogno è la stanza più grande. Bisogna spalancarla. Bisogna continuare a sognare anche per chi non sa più farlo, perché la capacità di sognare colpisce anche chi l’ha dimenticata.
E forse è proprio questo che ci ha insegnato un teatro gremito. Questo ci hanno insegnato ventidue attori esordienti che, interpretando forse la parte più profonda della propria interiorità, non hanno lasciato alcun indugio.
Questo ci insegna un regista capace di mettere insieme tempo e sogni per farne bellezza.
Questo ci insegna un pubblico emozionato, rapito, sospeso per tutta la durata dello spettacolo.
E soprattutto questo ci insegna un applauso senza tempo.
Un applauso che, aspettando non so…
forse ha compreso un po’ meglio chi è.
