Un silenzio che dura ormai da mesi e che alimenta i dubbi e le preoccupazioni di associazioni ambientaliste e comitati locali. È quello del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) che, a oggi, non ha ancora fornito alcuna risposta formale alla richiesta di riesame e annullamento in autotutela presentata lo scorso 20 gennaio 2026 dallo Studio Legale Ciaffi per conto di ben cinque storiche associazioni nazionali per la tutela del territorio – Italia Nostra Lazio, Forum Ambientalista Civitavecchia, Italia Nostra Etruria, Amici della Terra e L’Altritalia Ambiente
L’istanza punta il dito contro il parere favorevole di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA n. 326 del 31 maggio 2024) rilasciato dalla Commissione Tecnica PNRR-PNIEC per il progetto “Energia dell’olio”. Un impianto mastodontico da 88,2 MW – inizialmente proposto per 107,13 MW – che dovrebbe sorgere nel cuore della Tuscia laziale, estendendosi nei comuni di Cellere, Canino, Tessennano, Tarquinia, Arlena di Castro e Montalto di Castro.
Ma dietro la bandiera delle fonti rinnovabili, legali ed associazioni ipotizzano presunte violazioni di legge e carenze istruttorie, paventando il rischio di uno stravolgimento irreversibile del panorama agricolo locale. Un territorio, quello della Tuscia e di Canino in particolare, dove la produzione olivicola ed olearia non è un mero dato statistico, ma rappresenta una delle eccellenze agroalimentari più celebrate e premiate d’Italia, custode di tradizioni millenarie e di un paesaggio rurale unico.
I dubbi sui numeri: il nodo del 70% di suolo agricolo Il fulcro della contestazione è di natura sia tecnica che normativa. Per essere classificato come “agrivoltaico” (e poter così beneficiare delle relative semplificazioni e dei cospicui incentivi), un progetto deve garantire che almeno il 70% della superficie totale sia effettivamente destinato all’attività agricola o pastorale.
Secondo i documenti analizzati dai legali delle associazioni, nella prima versione del progetto su 150 ettari complessivi solo 65 parrebbero destinati alla produzione, fermando la quota agricola a circa il 43,3%, ben sotto la soglia di legge. Anche dopo una successiva rimodulazione del giugno 2023 operata dalla società proponente (la Pacifico Berillo S.r.l.), i conti, stando all’istanza, continuerebbero a non tornare: la densità dichiarata per l’impianto superintensivo di oltre 120 mila ulivi non collimerebbe con i sesti di impianto e con le reali superfici agricole dichiarate. Inoltre, nel calcolo della superficie agricola sarebbe stata inserita l’area a “prato fiorito”, senza che ne sia stata ancora dimostrata – sempre secondo la tesi dei ricorrenti – una reale finalità produttiva (come apicoltura o pascolo). «Se i parametri oggettivi non corrispondessero alla categoria dell’agrivoltaico, l’intero parere del Ministero risulterebbe viziato da un errore logico e metodologico», si legge, in sostanza, nell’atto di autotutela.
La questione dei requisiti societari e la valutazione del rischio incendio C’è poi una questione soggettiva sollevata dai comitati. La normativa prevede che i titolari di tali impianti siano imprenditori agricoli o associazioni temporanee di imprese (ATI) che ne includano uno, proprio per garantire la continuità della vocazione del suolo. Le carte del Memorandum d’intesa del progetto rivelerebbero invece una cordata composta dallo sviluppatore energetico Pacifico Berillo S.r.l., due holding finanziarie (Oxy Capital Advisors e River Due) e la nota società di imbottigliamento Olio Dante S.p.a.. Nessuno di questi soggetti, sostiene il ricorso, sembrerebbe possedere la qualifica di imprenditore agricolo ai sensi del codice civile.
Ma a preoccupare i cittadini e i comitati che hanno presentato osservazioni (tra cui i comuni di Montalto di Castro, Tarquinia e Canino) è anche l’aspetto della sicurezza ambientale. L’area scelta è esposta a ventilazione marina e circondata da campi aperti carichi di stoppie e sterpaglie, a cui si aggiungerebbero i fitti filari di ulivi, potenziale combustibile ligneo. Nonostante le rigide linee guida dei Vigili del Fuoco, la Commissione ministeriale avrebbe – secondo l’atto di opposizione – liquidato il rischio incendi in modo ritenuto troppo superficiale.
A ciò si aggiungerebbe la lamentata assenza di informazioni obbligatorie sulla presenza di sostanze chimiche pericolose (SVHC) nei pannelli fotovoltaici, dati che per i regolamenti europei (REACH) e nazionali sarebbero fondamentali per pianificare lo smaltimento futuro dei moduli ed evitare criticità eco-tossicologiche in caso di roghi.
Un silenzio che pesa L’autotutela è lo strumento con cui la Pubblica Amministrazione può correggere i propri errori e ritirare un atto illegittimo prima che intervenga la magistratura, a tutela del superiore interesse pubblico. Le associazioni firmatarie hanno chiesto una “corretta ed equa comparazione” tra la necessaria transizione energetica e la conservazione del suolo agricolo. I mesi passano, i termini per l’avvio dei cantieri stringono, ma dal MASE tutto tace. Un silenzio che per i territori coinvolti rischia di tradursi nell’ennesima decisione calata dall’alto su un territorio che ha già dato molto in termini di servitù energetiche.
Comitato Tutela Territorio Tuscia
