Care studentesse e cari studenti,
autorità, insegnanti, cittadine e cittadini,
oggi ci ritroviamo per la Giornata della Memoria. Non è una data come le altre. È un giorno che ci chiede di fermarci, di fare silenzio, di guardare in faccia la storia — anche quando fa male — e di assumerci una responsabilità: quella di ricordare.
Ricordare la Shoah significa ricordare milioni di uomini, donne e bambini sterminati perché considerati “diversi”. Significa ricordare che l’odio, quando diventa legge, quando diventa abitudine, quando diventa indifferenza, può trasformarsi in una macchina di morte.
Ma la memoria non è solo uno sguardo rivolto al passato. È, soprattutto, una domanda rivolta al presente e al futuro.
Ed è per questo che oggi mi rivolgo in particolare a voi, ragazze e ragazzi.
Recentemente è uscito un film dedicato ai processi di Norimberga, il momento in cui, dopo l’orrore, il mondo provò a fare una cosa difficilissima: chiedere conto, giudicare, ristabilire un’idea di giustizia. In quel film c’è una frase che colpisce come un pugno allo stomaco:
“L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è guardare cosa ha già fatto”.
È una frase dura, ma necessaria. Ci dice che il male non è un incidente della storia, non è qualcosa di lontano o irripetibile. È qualcosa che può tornare, se non restiamo vigili. Perché ciò che è accaduto è stato fatto da esseri umani, non da mostri. Da persone che hanno scelto di obbedire invece di pensare, di voltarsi dall’altra parte invece di intervenire.
Ed è qui che la memoria diventa responsabilità. La Shoah non è cominciata con i campi di sterminio. È cominciata molto prima: con le parole che feriscono, con le leggi che escludono, con le risate davanti alla discriminazione, con il silenzio di chi pensava che “non fosse affar suo”.
Per questo la Giornata della Memoria parla anche del presente. Parla di bullismo, di razzismo, di antisemitismo, di ogni forma di odio che prova a semplificare il mondo dividendo le persone in “noi” e “loro”. Parla del coraggio di dire no quando tutti dicono sì. Del coraggio di difendere chi è più fragile, anche quando è scomodo.
Viterbo oggi ricorda. Ricorda le vittime, ma ricorda anche i giusti: coloro che hanno aiutato, nascosto, salvato. Persone comuni che, in tempi disumani, hanno scelto di restare umane. Non erano eroi da film. Erano donne e uomini che hanno deciso che la coscienza vale più della paura.
A voi studenti voglio dire questo: la memoria non vi chiede di sentirvi colpevoli per qualcosa che non avete fatto. Vi chiede di essere consapevoli. Di non dare mai per scontati i diritti che avete. Di usare la libertà — di parola, di pensiero, di scelta — come uno strumento di responsabilità, non di odio.
Il futuro non è scritto. Ma, come ci insegna la storia, dipende dalle scelte quotidiane di ciascuno di noi.
Ricordare significa scegliere di non ripetere. Ricordare significa allenare lo sguardo critico, il rispetto, l’empatia. Ricordare significa capire che la democrazia e la dignità umana vanno difese ogni giorno, anche nei piccoli gesti.
Concludo con un augurio, che è anche un impegno: che la memoria non sia solo una cerimonia, ma una pratica viva. Che non sia solo un dovere, ma una bussola.
E che ciascuno di noi, guardando a ciò che l’uomo è stato capace di fare, scelga ogni giorno ciò che l’uomo può e deve essere.
Chiara Frontini
Sindaca di Viterbo

