“VISIONOGRAFA. Il luogo dell’opera”, mostra personale di Rosaria Vittoria Scalzo

A cura di Simone Precoma
«La relazione tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo non è mai stabilita.»
John Berger
Dal 17 settembre al 3 ottobre, il Foyer del Teatro San Leonardo di Viterbo ospita la mostra personale dell’artista Rosaria Vittoria Scalzo dal titolo “VISIONOGRAFA. Il luogo dell’opera”, con la curatela di Simone Precoma.
La mostra propone una riflessione profonda sul senso del fare immagine oggi, esplorando quel margine d’incertezza e di possibilità che si apre tra la percezione visiva e la conoscenza. Il lavoro di Rosaria Vittoria Scalzo non nasce dalla necessità di documentare passivamente la realtà, né dal semplice intento di modificarne l’apparenza: il punto di partenza è un’immagine — sia essa fotografata dall’artista o preesistente — intesa come innesco intuitivo e campo di ricerca.
Con il termine Visionografa, neologismo che l’artista assegna al proprio linguaggio creativo, l’atto del vedere si fonde con quello del fare. La fotografia perde la sua funzione meramente testimoniale per diventare materia viva, un luogo di possibilità in cui il dato visivo viene interrogato, scomposto, ricomposto e restituito secondo una logica rinnovata.
Richiamando la celebre formulazione di Paul Klee, per cui l’arte non riproduce il visibile ma lo rende visibile, le opere in mostra danno forma a ciò che prima apparteneva soltanto all’intuizione o all’immaginazione. La camera oscura, le tecniche di sviluppo e la stampa superano la dimensione puramente tecnica per farsi strumenti di un processo mentale: l’immagine viene pensata mentre viene costruita, e costruita mentre viene pensata.
In sintonia con la lezione di Marcel Duchamp, l’opera non coincide unicamente con l’oggetto materiale o con il risultato finale, ma risiede nello spazio di trasformazione — nello scarto — che separa l’intenzione dalla sua realizzazione.
«Visionografa non è soltanto la definizione di un linguaggio artistico, ma l’affermazione di un’attitudine», evidenzia il curatore Simone Precoma. «Significa guardare un’immagine fino a quando essa smette di essere soltanto ciò che è e comincia a diventare ciò che può essere. L’opera nasce esattamente lì: nel momento in cui lo sguardo smette di limitarsi a vedere e comincia a immaginare.»
Ingresso Libero.
