I dati Ocse parlano di un’Italia che rallenta, con una crescita più debole e un’inflazione che torna a pesare anche per effetto della crisi energetica. È dentro questo quadro che il paradosso di Montalto e Pescia diventa ancora più evidente. In un Paese che si impoverisce anche perché l’energia costa di più e incide su famiglie, imprese e prospettive, ci sono territori che quell’energia la producono, su scala enorme, ma non riescono a trasformarla né in ricchezza diffusa né in occupazione stabile.
È proprio da questa contraddizione che nasce oggi la notizia più importante: il Comitato No Wild Fer si sta spendendo concretamente per attivare uno sportello formazione, uno strumento che dovrà aiutare il territorio a non arrivare impreparato alla fase che si sta aprendo. Perché dopo aver dato ettari ed ettari di terreno agli impianti, non possiamo accettare di perdere anche i posti di lavoro. E insieme a questa battaglia, resta fermo anche l’altro grande obiettivo: bolletta 0 per il territorio.
Il punto, infatti, è che sul fotovoltaico si è raccontata spesso solo una parte della storia. All’inizio, nella fase dei cantieri, il lavoro si vede. Si vedono uomini, mezzi, aziende, movimento. Si preparano i terreni, si montano le strutture, si installano i pannelli, si scavano trincee, si stendono cavi, si muove la logistica. In quel momento il territorio percepisce l’impianto come opportunità concreta, perché il lavoro c’è, l’indotto si nota, i servizi si attivano. È la fase in cui il fotovoltaico sembra davvero una leva occupazionale.
Poi però entra in funzione la natura vera di questo modello. Il fotovoltaico è un settore ad altissima intensità di capitale e bassissima intensità di lavoro nel lungo periodo. Una volta acceso l’impianto, tutto cambia. La gestione si automatizza, il controllo avviene da remoto, gli interventi si riducono a manutenzione, pulizia e verifiche tecniche. Il salto è netto: da decine o centinaia di addetti si passa a pochissime unità. Il lavoro non scompare del tutto, ma si restringe, si specializza, diventa molto meno diffuso.
Ed è qui che entra il tema del repowering, che troppo spesso viene raccontato come se fosse una nuova grande stagione occupazionale. Non è così. Il repowering aggiorna l’impianto esistente, sostituisce componenti, migliora la resa, ottimizza ciò che già c’è. Ma non ricostruisce da zero. Non riapre la stessa stagione dei cantieri. Non rimette in moto la stessa quantità di lavoro. Non genera lo stesso indotto. Dove prima servivano cento persone, dopo ne possono servire cinque. Questa è la verità tecnica, economica e industriale del settore.
Ed è proprio per questo che il Comitato No Wild Fer ha deciso di muoversi adesso, non dopo. Lo sportello formazione nasce con un obiettivo molto chiaro: fare da ponte tra il territorio e le opportunità reali, raccogliendo e indicando corsi, percorsi e possibilità di specializzazione a ogni livello, regionale, provinciale e nazionale, affinché giovani e lavoratori possano orientarsi in tempo e costruire competenze spendibili nella nuova fase. Non un annuncio generico, ma una risposta concreta a un rischio concreto.
Perché la verità è semplice. Se non si costruisce una filiera intorno agli impianti, se non si crea formazione, se non si indirizza la forza lavoro locale verso le competenze richieste, il territorio resta con il peso della trasformazione ma senza i benefici duraturi. Resta con l’impatto sul paesaggio, con gli ettari sottratti, con la presenza delle infrastrutture, ma senza lavoro stabile e senza ricchezza trattenuta. E allora sì, il rischio è che questo territorio sia stato semplicemente utilizzato.
Noi questo non lo possiamo accettare. Dopo gli ettari, non vogliamo perdere anche il lavoro. Vogliamo che la transizione energetica lasci qui una parte vera del suo valore. Vogliamo che accanto alla produzione di energia ci siano formazione, occupazione, radicamento delle competenze e prospettive per chi vive qui. Vogliamo che la ricchezza resti sul territorio, non solo nei numeri della produzione ma nella vita concreta delle famiglie.
Per questo il Comitato No Wild Fer continuerà a battersi su due binari inseparabili. Da una parte, sportello formazione e difesa dell’occupazione, per evitare una perdita ingente di posti di lavoro nella fase del repowering. Dall’altra, obiettivo bolletta 0, perché un territorio che produce energia non può continuare a vivere come se non ne traesse alcun beneficio.
Questa è la sfida vera. Non essere a favore o contro un impianto in astratto, ma decidere se un territorio debba essere solo una piattaforma produttiva oppure una comunità che partecipa davvero alla ricchezza che contribuisce a generare. E noi diciamo con chiarezza che Montalto e Pescia non possono essere solo luoghi dove si prendono ettari. Devono essere luoghi dove restano lavoro, tutele, formazione e futuro.
No Fotovoltaico Selvaggio Montalto e Pescia
Cristina Volpe Rinonapoli
