Chi si occupa di gestione dei boschi in modo serio non può accettare articoli di giornale che descrivono ogni intervento selvicolturale come uno scempio e un segno di degrado.
Se la Palanzana, definita “la montagna dei Viterbesi” pur essendo di pochi proprietari privati, si è mantenuta tale, è proprio grazie ai tagli di fine turno effettuati ogni 15-20 anni sui boschi di quercia e di castagno.
Un bosco lasciato all’evoluzione naturale, vista la notevole presenza di escursionisti, cicloturisti e semplici camminatori, sarebbe un bosco pericoloso in quanto, soprattutto il castagno, ha un apparato radicale poco profondo.
Questa caratteristica fa sì che le piante di 40-50 anni, quando non morte per la scarsa feracità del terreno nei versanti più scoscesi e sassosi, crollino a terra con grave pericolo per tutti i fruitori.
E a questo punto la responsabilità di chi sarebbe? Dei Viterbesi che ne fruiscono senza alcuna spesa e senza responsabilità o dei veri proprietari che in caso di incidente sarebbero chiamati a rispondere del danno arrecato a terzi?
La verità è che fare un articolo di giornale cavalcando l’ambientalismo populista per misurare con le visualizzazioni il proprio ego è molto facile. Molto più complicato, mi rendo conto, è cercare di capire che interventi come quello che sta interessando una piccola parte del versante est della montagna, è necessario alla rigenerazione del bosco e a ridare vigore alle ceppaie di castagno, che da secoli sono soggette a questo ciclo ventennale, illimitato e infinito.
Pensate ancora di fare uno scoop fotografando delle piante di castagno tagliate? Fate pure, ma sappiate che quello è un cantiere forestale progettato da un professionista, autorizzato a norma di legge dall’amministrazione competente e controllato in fase di esecuzione dalle autorità preposte.
Chiunque vi acceda, anche solo per fare foto, contravviene alla legge. E questo, oltre l’ignoranza di chi scrive sui giornali ignorando la materia, è l’unico scoop di cui bisognerebbe parlare.
Luca Torelli

