Gli All You Can Hate presentano il nuovo ep “Afterglow”

Domenica 12 luglio all’ATB Festival di Montefiascone alle 21,00 e venerdì 17 luglio a Oriolo Romano alle 21,00 sempre a ingresso gratuito
Una settimana all’insegna della buona musica con All You Can Hate, tra le realtà emergenti più interessanti della scena alternativa italiana, che presenteranno live il nuovo album Afterglow (Vina Records) domenica 12 luglio all’ATB Festival di Montefiascone e venerdì 17 luglio a Oriolo Romano, entrambi gli appuntamenti in provincia di Viterbo. La band romana prosegue con il nuovo tour che sta attraversando diverse città italiane.
Anticipato dai singoli “Take Me To The Moon” e “Craving”, Afterglow segna un nuovo capitolo nel percorso della band romana, che continua a muoversi tra indie rock, post-punk, midwest emo e shoegaze. Il titolo del lavoro richiama la luce che rimane dopo che qualcosa si è spento: una metafora della transizione tra fine e rinascita, tra adolescenza e maturità, tra illusione e consapevolezza.
Se il precedente EP Nothing Lasts Forever rifletteva sull’idea che nulla è destinato a durare, Afterglow racconta ciò che resta dopo la fine: l’eco, le tracce, le emozioni che continuano a esistere anche quando tutto sembra concluso.
Il nuovo EP è composto da sette brani che attraversano temi come disagio generazionale, relazioni, dipendenze emotive e ricerca di identità, mantenendo uno sguardo diretto e personale sulla contemporaneità.
La tracklist apre con “Take Me To The Moon”, primo singolo pubblicato a febbraio 2026, ispirato alla riflessione sull’allunaggio e al cambio di prospettiva che ha rappresentato per l’umanità. Il brano racconta la sensazione di essere intrappolati in una corsa senza traguardo, tra aspettative e competizione. Da lassù, tutto si ridimensiona: nemici, ostacoli, urgenze, perdono significato. È un desiderio di distanza, di respiro, di fuga momentanea da questa “roccia fluttuante” per osservare la vita da un’altra prospettiva e, forse, uscire finalmente dalla propria mente. Si prosegue con “Craving”, secondo singolo che ha preceduto la pubblicazione dell’Ep. Un viaggio nelle profondità della dipendenza emotiva e non solo, dove il bisogno si confonde con l’autodistruzione. Il brano mette in parallelo l’attaccamento ad una persona e la dipendenza da sostanze: entrambi paradisi artificiali. È la zona grigia in cui smettere fa paura quanto continuare. Viscerale e stratificato “Craving” segna un passo avanti nella scrittura della band, sempre più consapevole e definita. “Goodbye”, traccia numero tre, racconta un addio lucido, senza rabbia, la malinconia che resta quando l’amore finisce ma i ricordi sono ancora vivi. Parla di due persone che cambiano al punto da non poter più mantenere le promesse fatte da un’altra versione di sé. Non è leggerezza, è onestà: a volte lasciarsi andare è l’unico modo per non tradirsi. La rosa e il biglietto racchiudono il senso del brano: conservare ciò che è stato vero e bello, ma lasciare andare le parole che appartengono ad un tempo finito. Dirsi addio per salvare almeno l’ultimo, fragile ricordo.
Si passa poi a “Rockstar”, uno sfogo frontale contro chi costruisce un personaggio invece di produrre musica. Nel mirino c’è l’eterna promessa: quasi quarant’anni, venti di “carriera” raccontati come un mito personale, ma senza una vera sostanza a sostenerlo. L’ambizione diventa maschera, l’esperienza un titolo autoassegnato, mentre si continua a cercare l’approvazione di qualcuno sempre “un gradino più su”. Il brano demolisce quell’atteggiamento fatto di pose, gerarchie immaginarie e racconti gonfiati per impressionare. È una stoccata a chi guarda gli altri dall’alto in basso ma vive di autocelebrazione e compromessi. Al centro c’è uno scontro netto: chi recita la parte della rockstar e chi, invece, fa musica per bisogno reale, senza piegarsi alle dinamiche tossiche dell’ambiente. Non è una corsa alla fama. È una dichiarazione di indipendenza. Noi non dobbiamo diventare niente.
Stiamo già facendo ciò che siamo. Mentre qualcun altro continua a interpretare un ruolo.
Quinta traccia è “Useless” che rappresenta il lato più ironico e spontaneo dell’EP. Nasce da un imprevisto: il giorno di un live, “la band che avremmo dovuto aprire annulla all’ultimo momento, lasciandoci sul palco come headliner senza un repertorio abbastanza lungo per coprire l’intera serata”. In meno di un’ora prende forma questo brano, scritto con un unico obiettivo: allungare la scaletta. “Useless” è una traccia consapevolmente autoreferenziale, che dichiara apertamente la propria natura di riempitivo. Non racconta una storia, non cerca un significato profondo: mette in scena la propria funzione, trasformando l’assenza di tema in tema. Quello che nasce come soluzione d’emergenza diventa così una presenza stabile nei live. “Useless” dimostra che anche ciò che nasce senza ambizioni può conquistare spazio, identità e pubblico. A volte, l’improvvisazione è la forma più autentica di verità. Alla sesta posizione della tracklist c’è “Nothing”, il brano più nichilista dell’EP: una riflessione amara sull’illusione del controllo e sull’ineluttabilità del tempo.
La casa, simbolo di sicurezza, viene violata; il giardino, curato con dedizione, distrutto in una notte di tempesta. I fiori si piegano sotto il peso del tempo, le farfalle si trasformano in chiodi: la leggerezza diventa dolore. Il gesto di sdraiarsi nel fango è resa e consapevolezza insieme. Il ritornello, come un mantra oscuro, afferma che qualunque cosa tu faccia, alla fine non cambia nulla: resta solo l’accettazione del destino.
La tracklist chiude con “Ten Years”, il brano più nostalgico, una riflessione amara su quanto velocemente possano scorrere gli anni senza che ce ne accorgiamo. Parla di un tempo in cui non si aveva nulla, nessun piano, nessuna certezza, e proprio per questo si aveva tutto. Giornate per strada, desideri enormi e la leggerezza inconsapevole di chi non sa che sta vivendo il momento migliore della propria vita. Il cuore del brano è il rimpianto di non essersi accorti di vivere nei propri “good old days” mentre stavano accadendo. Dieci anni sembrano cinque, forse perché metà del tempo è passato senza essere stato davvero vissuto. Le persone cambiano, i volti diventano estranei, e nel tentativo di rincorrere qualcosa si finisce per perdere anche una parte di sé. Non si può tornare indietro, e ciò che manca non è solo un periodo della vita, ma le persone e la versione di sé che esistevano allora.
I live saranno l’occasione per immergersi completamente nell’universo degli All You Can Hate, tra energia, introspezione e un forte impatto emotivo, che confermano la crescita di una band che sta definendo con sempre maggiore chiarezza la propria identità.
Perché se nulla dura per sempre, qualcosa resta.
E a volte, è proprio quella luce a indicarci la strada.
https://www.instagram.com/allyoucanhateband/
https://on.soundcloud.com/XhUDemj3EokWxUj3Pl
