 Ricordando Maria Trojani...
Dove risiede la memoria della Storia?
Nel paesaggio fisico, nelle fonti che se ne ricavano, nei prodotti della nostra elaborazione critica,
nella coscienza individuale che è parte di quella collettiva, nella condivisione della ricerca lungo un
itinerario in chiaro-scuro, che va continuamente ripercorso e illuminato.
Il linguaggio è memoria sedimentata, come lo sono per altri versi i siti archeologici, le figurazioni, i
racconti o anche le sole tracce che li riguardano assieme agli eventi, ai protagonisti di primo piano e alle
moltitudini dell’antica vita quotidiana, cui prestiamo la nostra voce di narratori.
Ecco lo scenario in cui il nostro Dipartimento si muove, attento sia alla realtà locale, ma senza
cedere ai localismi, sia agli scenari mediterranei, sia all’universo sconfinato delle idee e della parola
scritta.
Quando mettiamo la punta del compasso in un sito - Ferento, Nora, Zeytinli Bahçe e altri ancora - il
cerchio che ne deriva può allargarsi a piacimento. Analogamente, quando iniziamo una ricerca di
dettaglio, le conclusioni vanno sempre ad aggiungersi al grande arazzo della Storia, che ha tanti fili
quante sono le indagini che nel mondo si portano avanti.
Basta scorrere l'elenco degli abstracts per avere un’idea delle coordinate temporali e geografiche entro
cui ci muoviamo, sposando la tenacia e la pazienza dell'indagine sul campo con la tranquilla e
tormentata riflessione in biblioteca: dalla preistoria, fucina d’ogni esperimento sociale e conoscitivo, alla
contemporaneità, che elabora il passato e riflette su se stessa, sui propri metodi, sul senso delle scoperte
fatte e di quelle desiderate. Fra questi due estremi stanno le infinite ripartizioni cronologiche e lo sforzo
primario di ricondurre ogni cosa a tempi e luoghi esatti.
Ecco: i luoghi.
Ci sono quelli fisici compresi fra l’Oriente, nostra matrice comune, e l’Occidente, terreno di sviluppo
creativo. Ci sono i luoghi della mente dove si determina il cammino dell’uomo, artefice e vittima del
divenire storico, ostaggio delle passioni, ma in definitiva protagonista del proprio destino o strumento
del volere divino.
Il nostro è un lavoro immenso, ampio quanto il tempo che abbiamo alle spalle, un lavoro cui ci
dedichiamo con passione, persuasi che la ricerca è insieme vita e misura del grado di maturità di una
nazione e delle sue prospettive future. E' una grande macchina che non si può fermare, è una malattia
di crescita che non raggiunge mai il proprio obbiettivo, perché la crescita è infinita, proprio come la
nostra ignoranza, ma anche come la nostra speranza.
Procediamo per continue approssimazioni: gli errori non demoralizzano, ma spronano; i risultati
non ubriacano, ma galvanizzano; il successo non stordisce, ma conforta.
Si dice che per la ricerca in Italia tiri una brutta aria e quando ciò accade le Scienze Umanistiche
sono le prime a essere penalizzate, ma se levi l’aggettivo ‘Umanistiche’ e lasci solo le nude ‘Scienze’, si
perde l’unità di misura che ci fa persone pensanti e nascono i laboratori dei campi di concentramento:
ad Auschwitz c’erano impegnatissime ricerche di medicina. Non risulta si traducessero Platone o
Catullo.
Teniamoci care le nostre ricerche umanistiche, come ci teniamo stretta la libertà, liberi dall’ignoranza
e dalla paura che le fa da compagna e tiranna. Se possibile, ci piacerebbe essere giudicati sulla base della
loro qualità e non in base alla percentuale di sostantivi, aggettivi e preposizioni salmodiati presso l’altare
della Statistica.
Benvenuti.
Direttore del Dipartimento di Scienze del Mondo Antico
Vania Di Stefano
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